Scarfiotti l’ultimo italiano a conquistare Monza

Scarfiotti
Lodovico Scarfiotti (Torino, 18 ottobre 1933 – Rossfeld, 8 giugno 1968)

Lodovico Scarfiotti, l’ultimo italianoa vincere il Gp d’Italia a Monza (era il 1966) se ne è andato giusto 50 anni fa. Era il 1968, anno diventato sostantivo, anno di rivoluzioni. Anno di lacrime in casa Ferrari anche se Ludovico, cugino dell’Avvocato Agnelli, quando volò via non era più al volante di una Rossa, ma di una Porsche.

Un anniversario tondo è sempre un buon momento per ricordare un pezzo di storia. E Lodovico (non Ludovico) Scarfiotti di pagine interessanti nel mondo nei motori ne ha scritte davvero tante. Ereditò la passione dei motori da Luigi, ingegnere e deputato del Regno e a meno di vent’anni debuttò in gara con una Topolino nel Circuito del Piceno. Anche il padre aveva ereditato la passione da suo padre, Lodovico, cofondatore e primo presidente della Fiat. La storia della Casa

scarfioti libro
La cover del libro

La storia di Lodovico è ben raccontata in un libro appena pubblicato da Paola Rivolta per liberilibri: Scarfiotti dalla Fiat a Rossefeldil sito dell’editore La storia di un pilota, di un uomo, di una famiglia, corredata anche da belle fotografie, molte inedite. Un intreccio di  passioni, affari, sport tra il passaggio del secolo, due guerre mondiali,  crisi economiche in serie, il fascismo e il boom economico degli anni ’60. “Fu qualcosa che arrivò ll’improvviso. Si creò e fu come entrare e uscire da un banco di nubi… Io erorrateal volante. Le mani serrate sullo sterzo, i muscoli delle braccia contratti. Un piede piantato sul fondo dell’auto. L’altro sul pedale del freno…. Quando l’auto si sollevò sulla strada e gli pneumatici smisero di stridere, rimase il gorgoglio del motore a basso regime. Sospeso nell’aria. Poi, al di sopra di quel gorgoglio, schianti e fruscii. E infine fu come un capogiro“, scive nella prefazione Paola Rivolta, immaginandosi di essere Lodovico.

Per raccontare Scarfiotti e un episodio chiave della sua vita e della sua carriera, l’amicizia rotta con Tim Parks, chiedo aiuto a Enzo Ferrari e a quello che lui ha scritto:

Mike Parkes e Ludovico Scarfiotti. Sono stati una coppia ideale per i miei prototipi. Un binomio che ha dato dimostrazioni di forza e di volontà di vincere. Uno completava l’altro. L’inglese ormai modenese, con le sue abitudini italiane innestate sulla cocciuta volontà albionica; il marchigiano di Torino con la sua esuberanza di giovanotto apparentemente senza problemi nella vita. Irruente oltre misura, avrebbe corso con qualsiasi tipo di macchina, in qualsiasi momento, su qualsiasi pista.

“Due ragazzoni la cui grande amicizia ebbe un momento di crisi nella famosa Le Mans 1967, dopo che l’esaltante freschezza dei loro rapporti ebbe a passare per un Gran Premio d’Italia, quello del 1966, nel quale il lungo Mike offrì generosa guardia all’affermazione dell’italiano con la 12 cilindri 36 valvole. In quella Le Mans vinta da Dan Gurney e Anthony Foyt era previsto un attacco, alle prime ore del mattino, se le Ford avessero mostrato un’incrinatura nel loro massiccio schieramento.

“Alle due sembrò esserci questa possibilità. Un incidente aveva eliminato d’un colpo tre unità dello squadrone di Detroit. Una quarta, quella di McLaren, era tagliata fuori dalla lotta. Rimaneva la sola vettura di testa, quella di Gurney e Foyt, che era al comando fin dall’inizio con chiari intenti di fare la lepre, secondo una strategia che nelle gare di lunga distanza sacrifica appunto una unità, lanciandola allo sbaraglio, a vantaggio delle vetture regolate al passo per arrivare in fondo.

“Ebbene, contro quell’unica vettura, già molto provata e tanto malconcia da essere ormai visibilmente passibile di squalifica – ma quale direttore di corsa o quale commissario tecnico se la sarebbe sentita di assumere una tale decisione? –, contro quella vettura Parkes si batté per un assalto decisivo. Scarfiotti aveva dei dubbi. Non se ne fece nulla. Parkes e Scarfiotti furono secondi e, dopo lo champagne sul palco d’arrivo di Le Mans, rimase il dubbio: «Se avessimo attaccato…». L’abbinamento era destinato a finire, perché Parkes trovò a Spa l’insidia con la monoposto che aveva ottenuto per la scalata alla sua completezza di pilota. Un incidente pauroso, che lo tenne per due anni con un ginocchio e una gamba in disordine.

Scarfiotti senza Parkes cercò altrove la sua strada. Salito sulla Formula 1, non voleva scenderne, anche se il suo stile non si conciliava con il necessario affinamento. Qualcuno parlò di divorzio quando Ludovico chiese, per il Gran Premio d’Italia dell’anno dopo, di cercarsi un’altra vettura. Ricevetti una lettera di Gianni Agnelli, che si era interessato all’attività sportiva di Ludovico, suo cugino. Mi diceva: «Sta bene, anche Ludovico è d’accordo di smettere con la Formula 1». La sua ansia di sentirsi completo al volante di una macchina da corsa ebbe invece il sopravvento.

“Lasciò la Ferrari e cercò altrove. In Inghilterra, in Germania, ma non era soddisfatto. Lo seppi: avevamo già gettato le basi di un ritorno, di una nuova stagione con le rosse vetture Sport che non dimenticava. Pochi ne erano al corrente. Ma l’agguato di Rossfeld, lo spuntone di roccia che gli fu fatale nella caduta, fuori dalla bianca macchina impazzita, doveva impedire la soluzione dell’equivoco. Il pilota generoso, corretto, soprattutto ubbidiente anche se ebbe la sua fiammata d’orgoglio, non poté ritrovare la spensieratezza del vincitore di tante famose gare di durata, quella felicità che la sua vita sentimentale gli aveva avaramente dosato in un’altalena di affetti.

Per chi fosse in zona a Recanati si apre una mostra fotografica: Dal cemento all’asfalto

mostra

Share Button

Un pensiero riguardo “Scarfiotti l’ultimo italiano a conquistare Monza

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.