Montezemolo racconta Enzo #Ferrari

Ferrari Montezemolo
Enzo Ferrari, Niki Lauda e Luca di Montezemolo

Trent’anni senza Enzo Ferrari, andatosene il 14 agosto 1988. Per ricordarlo vi ripropongo le parole scritte da Luca di Montezemolo per la prefazione all’edizione inglese di Ferrari Rex di Luca Dal Monte, la  più completa e approfondita biografia di Enzo Ferrari, mai arrivata in libreria.

Eccovi nelle parole di Montezemolo, il manager che ha guidato Maranello dal 1991 al 2014, il racconto del suo Ferrari:

Ferrari era un genio dell’imprenditoria. Un visionario con la capacità di realizzare i propri sogni. Del resto a chi gli chiese una volta come avrebbe voluto essere ricordato rispose: “Come uno che ha sognato di essere Ferrari”. Un imprenditore coraggioso, sempre alla ricerca di una frontiera da raggiungere, da conquistare. In questo, molto vicino alla mentalità e alla cultura americana, a quella Nuova Frontiera che sarebbe diventata il manifesto programmatico della politica del presidente Kennedy.

Era animato da una straordinaria passione, che l’ha portato a costruire un prodotto unico al mondo partendo da un piccolo paese nel nord Italia, Maranello, che è diventato, grazie a lui, il centro universale dell’industria automobilistica più esclusiva.

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La cover di Ferrari Rex

Ho conosciuto bene, Enzo Ferrari. Ho avuto il privilegio di poter contare sulla sua stima e sulla sua amicizia. Ero un giovane appena laureato quando mi chiamò, al mio rientro dagli studi negli Stati Uniti, per rifondare insieme a lui la Scuderia nella prima metà degli anni Settanta. Sono stati gli anni d’oro delle grandi vittorie di Niki Lauda e anni preziosi per me che ho imparato tanto dal suo esempio e dai suoi comportamenti.

Aveva due meriti fondamentali. Prima di tutto era, per sua stessa definizione, “un agitatore di idee e di uomini”.  Nessuno come Ferrari, dotato di un carisma che metteva in soggezione chiunque lo incrociasse, sapeva stimolare l’impegno e la creatività nei propri collaboratori. Era molto esigente, soprattutto quando le cose andavano bene, e guai a cullarsi sugli allori. Pretendeva una dedizione assoluta alla causa fino a diventare spietato. Talvolta esagerava e arrivava a mettere gli uni contro gli altri creando conflitti che però sapeva amministrare con sorprendente abilità.  Erano scontri che a volte lo divertivano, alimentando quella sua ironia pungente e un po’ ruvida, e che comunque volgeva in positivo, puntando sempre al bene della sua Azienda.

Io sono orgoglioso di aver proseguito in chiave moderna il lavoro del Fondatore. Da una parte mantenendo un religioso rispetto per la tradizione, per le radici di un’azienda che affondano nella cultura del territorio; dall’altra, guardando sempre avanti, proiettando la bellezza e lo stile  e l’innovazione tecnologica più estrema di un prodotto italiano in una dimensione sempre più internazionale. Insomma, il passato come riferimento per guardare al futuro e all’innovazione.

Il secondo merito. Ferrari era un genio assoluto del marketing. Con una battuta, potrei dire che aveva inventato il marketing prima che diventasse una imprescindibile esigenza commerciale. Mi ricordo di quella volta quando venne a fargli visita un cliente americano molto importante e molto ricco. C’era stata la guerra del Kippur, la benzina costava un occhio della testa, i piazzali della fabbrica erano pieni di  macchine invendute, tutte ben nascoste. L’americano gli disse: “Commendatore, io vorrei acquistare un’auto..”. E Ferrari: “Si, certo, però abbiamo tante richieste. Io farò il possibile per accontentarla, ma temo che lei debba attendere parecchi mesi prima di riuscire ad averla”.  Perché una Ferrari deve essere desiderata. Non può e non deve essere percepita come un bene immediatamente disponibile. Altrimenti addio sogno.  Per mantenere l’esclusività del marchio, la produzione è sempre stata inferiore rispetto alle richieste del mercato. E ‘ quello che ho fatto anche nei lunghi anni della mia presidenza e mi auguro, per il bene della Ferrari, che sia sempre così in futuro.

L’uomo Ferrari era volutamente prigioniero del suo Mito. Che ha alimentato anche attraverso i libri che ha scritto. Aveva abitudini che ha sempre rigorosamente rispettato Non è mai salito su un aereo, si  è allontanato da Maranello solo in rare occasioni. Chi voleva incontrarlo, era obbligato a raggiungere il suo ufficio, da qualsiasi parte del pianeta. Indossava occhiali scuri per osservare e giudicare i propri interlocutori senza che questi potessero scrutarlo negli occhi. Ha utilizzato, per promuovere il marchio Ferrari, le grandi star del cinema, della cultura e dell’arte diventate suoi clienti, da Roberto Rossellini  a Paul Newman. Andò a vincere a Daytona umiliando il gigante Ford. Si avvalse di collaboratori straordinari come Pininfarina. Ebbe la forza di affrontare e superare periodi di gravissima sofferenza economica per la sua azienda e le violente polemiche per le tragedie di piloti vittime di incidenti in pista.

Un capitolo a parte meriterebbe il suo rapporto, spesso burrascoso, con i piloti ma con tutti, alla fine, magari dopo anni, ricostituiva sentimenti di amicizia e anche, con qualcuno, di gratitudine.

Alla fine degli anni Sessanta, in un mondo che stava rapidamente cambiando, intuì che era arrivato il momento di accordarsi con la Fiat e con Gianni Agnelli:  per tutelare l’italianità del marchio e la specificità dell’azienda, per salvaguardare oggetti unici, originali , esclusivi e per continuare a correre e vincere in pista, mantenendo comunque per se stesso il ruolo di padre padrone. Una scelta azzeccata e lungimirante.

La prima pagina della Gazzetta dopo il Gp d'Italia 1985

Ho tanti ricordi personali di Enzo Ferrari, degli anni vissuti al suo fianco.  Mi piace andare con la memoria al 7 settembre del 1975, il giorno del gran premio d’Italia a Monza. Fu una domenica indimenticabile. Regazzoni passò per primo il traguardo e Lauda, terzo, riportò dopo 11 anni il mondiale a Maranello con una corsa di anticipo. Ho ancora negli occhi le scene della folla in festa, le bandiere, l’abbraccio con tutta la squadra. Ma soprattutto penso a Ferrari, a quando lo chiamai al telefono: aveva la voce rotta dal pianto. Non era mai accaduto.  Mi disse:  “Grazie”. Quel momento di commozione resterà per sempre nel mio cuore. Nella sua dettagliata e totalmente accurata ricostruzione, Luca Dal Monte ha catturato in queste pagine l’Enzo che ho conosciuto e amato.”

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